giovedì 14 febbraio 2019

VELAZQUEZ, Diego Rodriguez de Silva y (1599, Sevilla - 1660, Madrid): Cristo nella casa di Maria e Marta (*), 1620 ca., Olio su tela, 60 x 103,5 cm - Londra, National Gallery

INV. N. 2238


(*) La composizione del dipinto, con una scena di cucina nella tradizione dei "bodegones" che occupano il primo piano, mentre la scena che coinvolge Cristo è presentata come una vista o un'immagine speculare, è chiaramente influenzata dall'arte dei Paesi Bassi. Persino la figura paffuta di Martha e la natura morta di pesce, aglio, uova e paprika, richiamano esempi di arte nordeuropea. Inoltre, questa immagine è carica di uno strano senso di tensione e irrequietezza. Gli eventi riflessi nello specchio, immersi in una luce mite e che emanano un'atmosfera di pace e tranquillità, sono in contrasto con l'immagine in primo piano del lavoro rumoroso e impegnato. Attraverso l'evidenziazione e la diversità formale, l'artista crea una scena chiaramente insoddisfacente per Martha che non si concentra sul suo lavoro, ma guarda piena di desiderio, sul punto di piangere, e leggermente arrabbiata, come se avesse già capito che Mary aveva scelto la parte migliore.

(Fonte: Note tratte da Web Gallery of Art di Emil Krén e Daniel Marx)



venerdì 1 febbraio 2019

AUTORI VARI: Maestro senese della Madonna Straus (*), attivo tra il 1340 e il 1360): Madonna con il Bambino, Tempera e foglia d'oro su tavola - Museum of Fine Art, Houston, Collezione Edith A. e Percy S. Straus

INV. N. 2235


(*) Il pittore ha interpretato il tema canonico della Madonna che presenta il Bambino - in origine probabilmente parte di un più ampio polittico - con calligrafica eleganza e forbita grazia decorativa. Le figure di iscrivono euritmicamente nello spazio delineato dall'arco trilobato e i motivi ornamentali delle stoffe, quasi in rilievo, conferiscono all'opera una ricchezza astratta e insieme realistica. Il "momento" dell'immagine è quello dell'intimo e misterioso dialogo tra madre e figlio, intorno al gesto di Cristo, che trattiene con la sinistra il cardellino, prefigurazione della futura Passione, e sembra quasi esitare nell'offrirgli la destra, che l'uccellino anela a beccare, "compiendo" così la sua missione simbolica. 



martedì 29 gennaio 2019

AUTORI VARI: Maestro della Madonna di Palazzo Venezia (attivo tra il 1320 e il 1370): Madonna con il Bambino, Tempera e foglia d'oro su tavola - Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica

INV. N. 2234


L'anonino Maestro di Palazzo Venezia - dove un tempo la tavola era conservata - fu allievo e seguace del senese Simone Martini, con cui in passato è stato persino identificato, come il Maestro della collezione Straus, al quale pure è stato spesso accostato. I due sono infatti accomunati da una simile, raffinata prassi esecutiva, soprattutto per la ricercata combinazione delle tecniche della punzonatura e del cosiddetto "sgraffito" nella resa dei tessuti decorati e damascati. Gli sguardi delle figure sono qui rivolti all'esterno e il Bambino indica un cartiglio sul quale compaiono miracolosamente le parole che egli stesso rivolgerà agli apostoli: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6), e un verso del Cantico dei Cantici (2, 1): "Io sono il fiore del campo", che gli esegeti attribuivano simbolicamente al Cristo e alla sua resurrezione. 

(Fonte: Didascalia della mostra di Palazzo Barberini in Roma)


martedì 22 gennaio 2019

AUTORI VARI: Maestro della Madonna Straus (*) (attivo a Firenze tra il 1385 e il 1415), Tempera e foglia d'oro su tavola - Houston (Texas), Museum of Fine Art, Collezione Edith A. e Percy S. Straus

INV. N. 2233


(*) Questo Maestro della Madonna Straus fu attivo a Firenze, dove si formò probabilmnte nella bottega di Agnolo Gaddi (1350-1396), negli ultimi decenni del XIV secolo. La tavola Straus fonda infatti un senso plastico del modellato, di ascendenza ancora giottesca, col gusto tardogotico per la ricchezza del colore e del prezioso parato decorativo. Con studiata delicatezza la Vergine addita il Bambino, che quasi guida il dito della madre ad indicare il pendaglio di rosso corallo, mentre stringe nella sinistra una rondine, simboli consueti della sua futura morte e rinascita. Lo speciale rapporto tra madre e figlio è poi sottolineato dagli anelli di Maria, che alludono al suo ruolo di "sposa" di Cristo e ne fanno una figura della Chiesa.

(Fonte: Didascalia a corredo del dipinto in mostra presso la Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini, di Roma) 



martedì 15 gennaio 2019

CARAVAGGIO (*), Michelangelo Merisi da Caravaggio (Caravaggio, Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610): Maddalena in estasi (o Maddalena "Gregori" dal nome della grande storica dell'arte, massima esperta del pittore che ne ha riconosciuta l'autenticità), 1606 ca. (ma la datazione è ancora incerta), Olio su tela - Roma, Collezione privata

INV. N. 2232

La "Maria Maddalena in estasi" del Caravaggio
secondo la storica dell'Arte Mina Gregori, massima esperta del Maestro.

(*) Note:

Si tratta di una scoperata recente e quindi di una attribuzione recentissima. E occorre andare con i piedi di piombo quando si tratta di dare per certa un'opera di tale importanza come questa Maria Maddalena in estasi. Ma sull'autenticità dell'opera per mano di Caravaggio c'è il fatto che essa è stata riconosciuta come tale nientemeno che da Mina Gregori, classe 1924, storica dell’arte italiana, accademica dei Lincei, professoressa emerita di Storia dell’Arte Moderna presso l’Università di Firenze, allieva di Roberto Longhi e massima esperta vivente di Caravaggio. È infatti lei che verso la fine del 2014 ha riconosciuto, con totale certezza, l’autenticità di una sua opera ritenuta perduta per oltre quattrocento anni: la Maria Maddalena in Estasi. Ne esistevano in giro per il mondo 8 esemplari, ma quest'ultimo ritrovato dopo 400 anni porta a confermare definitivamente che si tratta tutte di copie, più o meno di pregio. .

Ma ad avvalorare la tesi della Gregori v'è anche il ritrovamento di un documento originale dietro al quadro con dettagli precisi e poco noti riguardanti proprio la tela in questione, recante la scrittta "Madalena reversa di Caravaggio a Chiaia ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma".  Il quadro, come è noto, insieme con altri due, era a bordo della feluca con la quale Caravaggio era in viaggio per Roma, dove non arrivò mai in quanto morì prima, a Porto Ercole. Da quel momento di questo dipinto si persero le tracce. Pare sia stato ritrovato per caso in una collezione privata, ereditata di generazione in generazione. La famiglia che lo possiede non aveva mai acconsentito alla sua esposizione in pubblico, fino al 2016, quando il dipinto è stato esposto presso il Museo Nazionale di Arte Occidentale di Tokio, ed all'ottobre del 2018 quando è stato esposto, per la seconda volta, a Parigi, al Museo Jacquemart-André, nell'ambito della mostra Caravaggio e il suo tempo: Amici, rivali e nemici.


(Notizie tratte da diversi siti online tra cui quello di Artribune e dell'Ansa)



mercoledì 9 gennaio 2019

OGGETTI DELL'ANTICHITA': EUXITHEIOS e EUFRONIOS, Il cratere di Eufronio (o anche Cratere di Sarpedonte, dalla scena raffigurata sul corpo del cratere). 515 a.C., Ceramica dipinta a figure rosse - Cerveteri (Roma), Museo Archeologico Nazionale

INV. N. 2227


Cratere di Eufronio
(o Cratere di Sarpedonte)

Il Cratere di Eufronio, o anche Cratere di Sarpedonte, è un cratere a calice decorato a figure rosse, alto 45.7 cm con un diametro di 55.1 cm, modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno al 515 a.C. Di provenienza illecita, è rimasto esposto dal 1972 al Metropolitan Museum di New York; dal 2006 è stato restituito allo stato italiano ed è conservato presso il Museo nazionale cerite, in deposito dal Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma. 






venerdì 4 gennaio 2019

ORATORIO di SANTA CECILIA - BOLOGNA: Ciclo di affreschi sulla leggenda dei Santi Cecilia e Valeriano eseguiti per la maggior parte da Francesco FRANCIA (1450 - 1517), Lorenzo COSTA il VECCHIO (1460 - 1535) e Amico ASPERTINI (1475 - 1552) - Bologna, Cappella adiacente il portico della chiesa di San Giacomo Maggiore

INV. N. 2226

Oratorio di Santa Cecilia - Bologna

Il ciclo di affreschi nell'Oratorio di Santa Cecilia consiste in dieci scene tratte dalla leggenda dei Santi Cecilia e Valeriano, situate a nord (scene 1-5) e a sud (scene 6-10) nell'Oratorio, che è collegato da un passaggio alla chiesa di San Domenico Maggiore. Il ciclo, simile a un fregio continuo, è molto diverso dal tipo di pittura che si trova normalmente nelle chiese parrocchiali. Ha una maggiore somiglianza con le suite di tele prodotte per gli oratori veneziani e le sale riunioni.

I dieci pannelli orizzontali, ognuno dei quali è pieno di figure a grandezza naturale in primo piano, creano l'impressione di una narrazione pittorica continua, strutturata ma non effettivamente interrotta dalle lesene inquadrate. I paesaggi di sfondo continuo incorporano scene della leggenda di Santa Cecilia, una grande parte delle quali coinvolge le conversioni e i martiri di suo marito Valeriano e suo fratello Tiburzio. Sono raffigurati anche l'ufficiale romano Massimo, un altro convertito, e Papa Urbano I come i protettori dei santi, che sono subito dopo martirizzati.

Il carattere predominante del ciclo riflette completamente gli stili dei due maestri che diedero il tono alla scuola bolognese intorno al 1500, cioè Lorenzo Costa il Vecchio e Francesco Francia. Devono essere considerati quelli che hanno ideato il ciclo di S. Cecilia, che alla fine è stato realizzato da collaboratori i cui nomi non possono più essere determinati con l'eccezione di due pannelli con la firma di Amico Aspertini. Il fatto che le prime immagini su ciascun muro siano di Francia indica che era il supervisore del progetto.

Sei scene, due ciascuno, sono state eseguite da Francesco Francia, Lorenzo Costa il Vecchio e Amico Aspertini (trovate l'indicazione accanto a ciascuna scena).
Gli autori delle altre scene non sono noti, ma sono state fatte delle ipotesi che vengono indicate come attribuzioni.

Le scene del ciclo sono le seguenti:

Scena 1: Matrimonio di Cecilia e Valeriano (Francesco Francia)
Scena 2: Valeriano con Papa Urbano I (Lorenzo Costa il Vecchio)
Scena 3: Battesimo di Valeriano (attr. a  G. M. Chiodarolo e C. Tamaroccio)
Scena 4: Incoronazione di Cecilia e Valeriano (attr. al Bagnacavallo e B. Pupini)
Scena 5: Martirio di Valeriano e Tiburzio (Amico Aspertini)
Scena 6: Sepoltura di Valeriano e Tiburzio (Amico Aspertini)
Scene 7: Cecilia disputa col prefetto Almachio (attr. a  G. M. Chiodarolo e C. Tamaroccio)
Scena 8: Martirio e decapitazione di Santa Cecilia (attr. a  G. M. Chiodarolo e C. Tamaroccio)
Scena 9: Cecilia regala i suoi possedimenti (Lorenzo Costa il Vecchio)
Scena 10: Sepoltura di Santa Cecilia (Francesco Francia)
N.B. Le immagini che seguono non rispettano l'ordine cronologico sopra indicato. Ma vi è incata la scena che rappresenta.





Scena n. 5


 Scena n. 6


Scena n. 3


 Scena n. 4


 Scena n. 1


 Scena n. 7


 Scena n. 8


 Scena n. 10


 Scena n. 2


Scena n. 9




domenica 30 dicembre 2018

ANDREA da SALERNO, al secolo Andrea Sabatini (Salerno, 1480 ca. - Gaeta, 1530): San Benedetto in cattedra e santi, 1529-1530, Olio su tavola, 119 x 137 cm - Napoli, Museo e Galleria Nazionale di Capodimonte

INV. N. 2223

La tavola raffigura san Benedetto, fondatore dell'ordine benedettino, in cattedra e affiancato dai dottori della Chiesa e da Mauro e Placido, fra i primi discepoli del santo a Subiaco e poi a Montecassino. Proveniente da questa Abazia, il dipinto era la parte centrale diella grande pala d'altare maggiore. a doppio ordine e a doppia faccia, ed è dunque documentazione del fittissimo rapporto esistente fra Sabatini e l'ordine benedettino, per il quale il pittorelavorò oltre che a Montecassino - dal 1518 - a Cava dei Tirreni e a Napoli, nella chiesa dei Santi Severino e Sossio. L'opera venne realizzata tra il 1529 e il 1530.

(Fonte: Paola Giusti, Catalogo del Museo di Capodimonte, Ed. Touring Club Italiano, 2014)

 Biografia: SABATINI, Andrea, detto anche Andrea da Salerno di Andrea Zezza - Dizionario Treccani Biografico degli Italiani - Volume 89 (2017)




ANDREA da SALERNO, al secolo Andrea Sabatini (Salerno, 1480 ca. - Gaeta, 1530): Deposizione, 1520, Olio su tavola, 200 x 136,5 cm - Napoli, Museo e Galleria Nazionale di Capodimonte

INV. N. 2222

In questa Deposizione dalla croce, dal punto di vista assai ribassato, Giuseppe d'Arimatea è raffigurato su una scala mentre, con l'aiuto di un giovane che ai piedi della croce manovra una lunga cinghia, cala il corpo morto di Gesù. L'opera, concordemente attribuita ad Andrea da Salerno e databile intorno al 1520, mostra fortissimi rapporti con Raffaello e specie con la Madonna del pesce, inviata a Napoli nel 1514 dall'Urbinate per la famiglia del Doce ed esposta nella propria cappella in San Domenico Maggiore. Sabatini fu il più "raffaellesco" tra i pittori meridionali, così da ottenere importanti commissioni e grande successo e da impiantare una solidissima bottega. 

(Fonte: Paola Giusti, Catalogo del Museo di Capodimonte, Ed. Touring Club Italiano, 2014)





ANDREA da SALERNO, al secolo Andrea Sabatini (Salerno, 1480 ca. - Gaeta, 1530): Adorazione dei Magi, 1514, Tempera su tavola, 118 x 127 cm - Napoli, Quadreria dei Girolamini

INV. N. 2221


Il salernitano Andrea Sabatini fu il maggiore pittore del Rinascimento meridionale. Eseguì questo eccellente dipinto verso il 1514, in una fase ancora giovanile, tra il polittico di Buccino del 1512 e la Natività della Parrocchiale di Solofra del '15; notiamo comunque che i primi riferimenti a Raffaello si inseriscono ancora su un sottofondo di cultura lombarda - tra Bramante e Leonardo - già assimilato grazie al tempestivo influsso di Cesare da Sesto, conosciuto a Roma tra il 1511 e il 1512. L'atmosfera nobilmente classica, gli accordi cromatici luminosi, la pulizia dei dettagli, sottolineano il massimo accostamento al raffaellismo della Stanza della Segnatura in Vaticano. Il dipinto è ricordato in Quadreria già dal 1692.

(Fonte: La Quadreria dei Girolamini, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli, Elio de Rosa Editore, 1995)

Biografia: SABATINI, Andrea, detto anche Andrea da Salerno di Andrea Zezza - Dizionario Treccani Biografico degli Italiani - Volume 89 (2017)


CORCOS, Vittorio Matteo (Livorno, 4 ottobre 1859 – Firenze, 8 novembre 1933): Nel giardino, 1933, Olio su tela - Ubicazione sconosciuta

INV. N. 2220