martedì 20 marzo 2018

ARTE CONTEMPORANEA: ARMODIO, all'anagrafe Vilmore Schenardi (Piacenza, 4 ottobre 1938 - vivente): Love, love, 2011, Tempera su tavola, 34 x 24 cm - Collezione privata

INV. N. 2085

Cenni biografici a questo pagina



ARTE CONTEMPORANEA: ARMODIO, all'anagrafe Vilmore Schenardi (Piacenza, 4 ottobre 1938 - vivente): La Rinnovata, 2011, Tempera su tavola, 34 x 24 cm - Collezione privata

INV. N. 2084


Cenni biografici:

"Armodio, all'anagrafe Vilmore Schenardi, autore piacentino nasce il 4 ottobre 1938 e già dalla tenera infanzia è travolto da una intensissima pulsione artistica. A 13 anni incontra Luciano Spazzali, una delle prime persone che incoraggia attivamente la sua passione, invitandolo in un piccolo laboratorio di artisti locali, qui incontra Gustavo Foppiani, che diverrà per Armodio un valido promotore nonché un caro amico. Tra il 1951 ed il 1952 frequenta l'Istituto Gazzola di Piacenza, pur non riconoscendovi grande importanza. Ben altro peso avrà lo Studio Spazzali o Scuola di Piacenza (come la definirà il giornalista Gaetano Pantaleoni) dove il giovane artista apprende sempre nuove tecniche trovando una propria identità e creatività. Nel 1954 abbandona il laboratorio di Spazzali e si trasferisce con Foppiani in uno scantinato dove si concentra sulla pittura, successivamente, dopo aver cambiato studio, si unisce anche Carlo Berté. Grazie all'interessamento di Foppiani, nel 1964 Armodio espone alla Galleria Obelisco di Roma, dove incontra il favore del pubblico ma non un effettivo guadagno economico, che arriverà invece quando Lily Shepley riuscirà a vendere le sue opere negli Stati Uniti. Nel 1969 si reca a Londra dove viene a contatto con la pittura indiana, persiana e giapponese, delle quali apprezza soprattutto i colori e l'assenza di prospettiva. Nel 1972 espone con successo le sue opere a Bruxelles. La fama di Armodio lievita e, dopo un fruttuoso soggiorno a Parigi torna in Italia. Oggi Armodio vive e lavora a Piacenza."



                  

domenica 18 marzo 2018

DALBONO Eduardo - Pittore italiano di scuola napoletana (Napoli, 10 dicembre 1841 - 23 agosto 1915): Pescatori presso il Palazzo Donn'Ana a Posillipo, Napoli, 1914, Olio su tela, 100 × 134.5 cm - São Paulo Museum of Art, San Paolo, Brasile

INV. N. 2081






ARTURO FERRARI (Milano, 26 genn. 1861 - 31 ott. 1932): La chiesa di Santo Stefano in Borgogna a Milano, 1896, Olio su tela, 138 x 96 cm - Fondazione Cariplo-Artgate, Gallerie di Piazza Scala, Milano

INV. N. 2080


"La chiesa di Santo Stefano in Borgogna a Milano" 
di Arturo Ferrari


Nel 1893 Arturo Ferrari partecipa all’Esposizione Straordinaria Nazionale e Internazionale di acquarelli presso la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente a Milano, dove riporta una medaglia d’argento per l’opera intitolata S. Stefano in Borgogna. Nella stessa occasione è premiato anche l’acquerello del pittore ticinese Luigi Rossi, Dolore e Curiosità, studio per il grande dipinto La Scuola del Dolore, in Collezione. Forse proprio il successo riportato alla mostra favorì, nel 1896, la traduzione ad olio del soggetto in Collezione che propone la veduta prospettica della chiesa medievale di Santo Stefano, ricostruita in forme barocche al tempo di San Carlo Borromeo. Muovendo dallo studio dal vero del luogo, fermato in un delicato acquerello attualmente al Museo di Milano, forse da identificarsi con l’opera esposta nel 1893, il pittore ricostruisce l’aspetto dell’edificio prima che fosse sconsacrato e trasformato in un deposito di legname, attorno alla metà degli anni Sessanta. Non si tratta, quindi, di una veduta contemporanea ma di una ricostruzione storica del luogo, all’epoca durante la quale era ancora frequentato dai fedeli, come si evince dalla presenza della figura femminile in nero con il breviario tra le mani che sembra essere appena uscita dal portone aperto, e dall’altra, velata in procinto di varcarne la soglia, e che collocano l’episodio ad almeno trent’anni prima dell’esecuzione dell’opera. Sembrerebbe riconducibile al 1866 anche l'inserzione nel dipinto della bandiera tricolore, esposta al balcone del palazzo in primo piano, verosimilmente sull’onda dell’entusiasmo popolare per la vittoria dell’esercito d’Italia nella Terza guerra d’Indipendenza. L’esecuzione dell’opera, datata 1896, si inserisce quindi nel clima politico dell’epoca, impegnato nella commemorazione dei trent’anni di quella data fondamentale nel compimento del processo di completamento dell’unificazione nazionale. Oltre ai richiami patriottici, l’opera risponde alle richieste del pubblico borghese di una pittura facile e piacevole. Il pittore realizza così uno scorcio caratteristico della città di Milano, destinato a scomparire in seguito alle riqualificazioni urbanistiche realizzate nel corso degli anni Trenta del Novecento, adottando un taglio fotografico ma attenendosi alla vivace tecnica descrittiva che gli aveva garantito un indiscusso successo di pubblico. Questa capacità di restituire con rigore filologico e ricchezza di particolari luoghi e fatti del passato, spesso affiancati da scene di genere interpretate con vivo realismo, costituiva il tratto distintivo della pittura di Ferrari, artefice anche di ricostruzioni di gusto neosettecentesco, come Cortile quattrocentesco a Castiglione Olona, in Collezione; oltre che delle più caratteristiche vedute della “vecchia Milano” che scompariva lasciando il posto alla metropoli moderna, come nel suo riconosciuto capolavoro, Nella vecchia via, in Collezione.





sabato 17 marzo 2018

ARTURO FERRARI (Milano, 26 genn. 1861 - 31 ott. 1932): Chiesa e case, 1925 -1932, Acquerello su carta, 29 x 41 cm - Fondazione Cariplo - Artgate, Milano

INV. N. 2079


"Chiesa e case" di Arturo Ferrari

Il dipinto è stato acquistato dal mercato antiquario nel 1968. A partire dagli anni Venti Arturo Ferrari si dedica all’esecuzione di una lunga serie di paesaggi di matrice naturalista incentrata su scorci della campagna lombarda, dell’Olona e dei sobborghi milanesi. A questo importante nucleo di dipinti appartiene anche l’opera in Collezione, forse una veduta dei navigli alla periferia di Milano, che si distingue per una stesura pittorica abbreviata e l’intensa luminosità. Nella produzione matura Ferrari abbandona il gusto aneddotico caratteristico della sua produzione più nota e popolare per condurre una serrata ricerca sulla pittura di paesaggio, condotta a diretto confronto con il vero, che lo accosta alle coeve ricerche degli esponenti dell’ultimo naturalismo lombardo. A questa svolta nel percorso creativo dell’artista corrisponde il suo allontanamento dalle principali esposizioni nazionali e dalle rassegne milanesi, mentre si allestiscono due mostre personali presso la Società del Giardino a Milano, nel 1924 e nel 1932, intervallate nel 1931 da una significativa rassegna presso la Galleria Guglielmi di Torino, presentata dal paesaggista e critico d’arte Marco Calderini. Queste opere della maturità contraddistinte dal formato ridotto, da una stesura rapida e da effetti luminosi di grande brillantezza si riallacciano alla notevole attività di Ferrari come raffinato acquarellista, tra i fondatori della Società degli acquarellisti lombardi nel 1910. Fin dai suoi esordi, infatti, l’artista impiega l’acquerello per fermare i suoi studi dal vero sul paesaggio e vedute cittadine. Si tratta di una vasta produzione, non ancora indagata dalla critica, che comprende opere compiute e rapidi studi realizzati in funzione delle rievocazioni storiche, tra le quali si ricordano in Collezione: La chiesa di Santo Stefano in Borgogna in Milano, Cortile quattrocentesco a Castiglione Olona, Nella vecchia via.




venerdì 16 marzo 2018

CARRA' Carlo (1881; Quargnento, Italy - 1966; Milano): Veduta della Rotonda del Brunelleschi, 1940, Olio su tela, 50 x 33 cm - Collezione della Fondazione Sorgente Group, Roma

INV. N. 2078


Dalla scheda tecnica del sito della Fondazione Sorgente Group: 
(http://www.fondazionesorgentegroup.com/La-Rotonda-del-Brunelleschi-a-Firenze__pittura_schede_29.html)

"Carlo Carrà fu un pittore assai ecclettico, capace di adattarsi a un periodo storico di grande fermento culturale, quello a cavallo fra il XIX e il XX secolo e di esplorarne i contenuti innovativi. Un periodo in cui la disciplina pittorica era stata letteralmente sconvolta dalla rivoluzione impressionista, dalla quale erano poi scaturite le avanguardie storiche e fra queste, il Futurismo. E fu proprio da qui che parte la carriera pittorica di Carrà, con la sua adesione al manifesto di Marinetti di cui sarà uno dei firmatari nel 1910. La fascinazione per la tecnologia, la velocità, il dinamismo furono irresistibili per il giovane pittore, ma pochi anni dopo, complice anche il suo arruolamento durante la Grande Guerra, sentì la necessità di cercare un contatto con la realtà. La sorte lo portò a Ferrara dove entrò in contatto con De Chirico e con la sua pittura metafisica, che in breve riuscì a reinterpretare in chiave personale. Ma il desiderio di essere semplicemente se stesso, completamente svincolato dalle varie correnti artistiche, lo portò a concentrare le sue attenzioni su una nuova sperimentazione: un concetto dove la pittura doveva essere il mezzo per rendere visibile quel suo bisogno interiore di immedesimazione con la natura con una tendenza all’astrazione, attraverso la semplice contemplazione silenziosa di un paesaggio. I luoghi isolati di campagna o solitarie spiagge divennero così i temi prediletti di una narrazione quasi epica. In questi ambienti ovattati, la pittura si trascende, divenendo il linguaggio muto di costruzioni isolate che il pittore trasforma in figure. Lo stesso Carrà dichiarò che attraverso la pittura egli voleva portare avanti “una trasformazione del paesaggio in un poema pieno di spazio e di sogno”. Ed è proprio questo lo spirito con il quale, nel 1940, esegue questo scorcio della chiesa fiorentina di Santa Maria degli Angeli, meglio conosciuta come la Rotonda del Brunelleschi. Nonostante si tratti di un paesaggio urbano, la chiesa è immersa in un ambiente rarefatto, dominato da un silenzio assoluto, quasi fosse dipinto di buon mattino. Un ambiente del tutto libero da segni di vita dove domina solamente la medesima quiete dei suoi ameni paesaggi rurali o delle sue silenziose marine. Per ricordarci che anche in un ambiente caotico, come può essere il centro di una città, ci si può raccogliere in una metafisica riflessione interiore, libera da ogni elemento di disturbo."




domenica 11 marzo 2018

MATISSE, Henri (Le Cateau-Cambrésis, Nord, Francia, 31 dicembre 1869 - Nizza, 3 novembre 1954): La gioia della vita, 1903 - 1905, Olio su tela, Stile: fauvismo, 175 x 241 cm - Fondazione Barnes, Lower Merion, PA, USA

INV. N. 2073



MATISSE, Henri (Le Cateau-Cambrésis, Nord, Francia, 31 dicembre 1869 - Nizza, 3 novembre 1954): Calla, gigli, iris e mimosa, 1913, Olio su tela, Stile: post impressionismo, 145,5 x 97 cm - Museo Pushkin, Mosca

INV. N. 2072



MATISSE, Henri (Le Cateau-Cambrésis, Nord, Francia, 31 dicembre 1869 - Nizza, 3 novembre 1954): Interno con cappello a cilindro, 1896, Olio su tela, Stile: realismo, 80 x 95 cm - Collezione privata

INV. N. 2071



MAGRITTE, René (Belgio, 1898; Lessines - 1967, Bruxelles): Il primo giorno, 1943 - Carcasonne, Olio su tela, Stile: Surrealismo, Periodo soleggiato - Collezione ignota

INV. N. 2070



MAGRITTE, René (Belgio, 1898; Lessines - 1967, Bruxelles): Tempo trapassato (Titolo originale: La Durée poignardée), 1938, Stile: Surrealismo, Olio su tela, 97 x 146 cm - Art Institute of Chicago, Chicago, IL, USA

INV. N. 2069